La Storia di Concetta

Non esiste una famiglia perfetta. Non abbiamo genitori perfetti, non siamo perfetti, non sposiamo una persona perfetta, non abbiamo figli perfetti. Abbiamo lamentele da parte di altri. Ci siamo delusi l’un l’altro. Pertanto, non esiste un matrimonio sano o una famiglia sana senza l’esercizio del perdono. Il perdono è vitale per la nostra salute emotiva e per la nostra sopravvivenza spirituale. Senza perdono la famiglia diventa un’arena di conflitti e di punizioni. Senza il perdono, la famiglia si ammala. Colui che non perdona non ha pace nell’anima o comunione con Dio. Il dolore è un veleno che intossica e uccide. Mantenere il dolore nel cuore è un gesto autodistruttivo. Colui che non perdona diventa fisicamente, emotivamente e spiritualmente malato. Ed è per questo che la famiglia ha bisogno di essere un luogo di vita e non di morte; Il territorio della cura e non della malattia; Lo scenario del perdono e non della colpa. Il perdono porta gioia dove il dolore produce tristezza; e dove il dolore ha causato la malattia. (Papa Francesco)

Settanta anni, sei figli, Concetta è rimasta vedova lo scorso luglio. Nonostante l’artrosi e una spina ossea nel piede va ancora a fare le pulizie da due famiglie. E cerca altri lavoretti.

Quella di Concetta è una storia di progressiva riduzione delle proprie possibilità economiche e del  tenore di vita. Un declino vissuto in questi anni da moltissimi italiani.

Concetta si sposa a 18 anni, nel 1969, dopo 4 anni di fidanzamento. Con il marito avvia una serie di attività. Prima comprano un bar insieme con un loro vicino di casa che, però, dopo un po’ si chiama fuori. Concetta e il marito non riescono a sostenere da soli il debito con la banca  e sono costretti a chiudere. Prendono però un altro bar per conto proprio. Ma anche questa volta le cose non vanno bene.

 “Tanti problemi con i figli e anche il secondo bar se l’è ripreso la finanziaria”.

Nel 1990 avviano una ditta di pulizie che prende in gestione diversi condomini e in cui lavora anche una delle figlie. Nel 2007 vengono a Campagnano e acquistano casa: i prezzi degli immobili sono ai massimi e la pagano 230mila euro accollandosi un mutuo molto oneroso, di oltre 1.700 euro al mese.  “Con gli appalti che avevamo ce la facevamo a sostenerlo. Poi, però, li abbiamo persi ad uno ad uno, perché c’erano ditte che facevano prezzi stracciati”.

La banca a questo punto avvia le procedure per la messa in vendita dell’immobile, che viene posto all’asta. Ma la crisi del settore immobiliare e il crollo dei prezzi fa sì che ancora nessuno lo abbia acquistato, nonostante il valore di base, di ribasso in ribasso, negli anni, sia sceso a 40mila euro.

“La mia speranza è che non riescano a vendere, così posso rimanere qui. Altrimenti dove vado? Dovrei pagare anche un affitto e non saprei proprio dove trovare i soldi”.

Dopo la morte del marito, che ha avuto un infarto l’estate scorsa, Concetta può contare solo sulla sua pensione sociale. “Per questo vengo in Caritas. A volte mi scappa anche qualche sfogo. Se posso, io evito di chiedere aiuto. Non è nel mio carattere. Voglio continuare a lavorare. Faccio 5-6 ore alla settimana in due famiglie, ma ne cerco altre. Anche perché se sto sempre a casa divento matta. Mio marito diceva che per farmi star ferma bisognava legarmi alla sedia”.

Ma i dolori più grandi vengono dai figli. Concetta ha quattro maschi e due femmine.

 “Sei teste sono tante e ognuno è fatto a modo suo. Non è facile. Mi fa male che non si parlano, non si dicono le cose in faccia. Si sono divisi in  gruppetti, con attriti, litigi, alleanze”.

I problemi sono cominciati molti anni fa.

“I maschi soprattutto sono stati un macello”. In particolar modo due che hanno iniziato a bere e drogarsi quando erano ancora adolescenti. “Per stargli dietro abbiamo anche trascurato il lavoro ma è stato inutile”.

Entrambi vanno in comunità per il recupero e ci passano molti anni. Uno si fa anche due anni di carcere, sempre per reati collegati alla droga. “E’ uscito ad ottobre scorso, ma deve fare ancora sette-otto mesi”.  

Errori? “Ho sempre lavorato come una matta. Mi alzavo la mattina alle 3,00 quando avevo la ditta delle pulizie. Al bar mi portavo i figli piccoli dietro. Forse è stato uno sbaglio. Ma è per loro che ci siamo dedicati al lavoro. Ci siamo sacrificati per loro. Non lo capiscono”.

“A Natale glielo avevo detto che il padre non stava bene e di venirlo a trovare. Ma non ci hanno voluto sentire  e lo hanno visto dopo morto. Ora i rimorsi sono inutili. Se vuoi vedere un genitore un modo lo trovi”.

Concetta racconta di incomprensioni e dissidi, soprattutto con il papà. Ammette che suo marito era rigido ma lo giustifica. “Diceva che uno dei due doveva esserlo, però non gli ha mai negato niente”.

“Il fatto è che non si sono mai capiti. Dicevano  che era aggressivo, autoritario”.

Situazioni difficili, delicate, in cui torti e ragioni si intrecciano in un groviglio inestricabile. L’unica certezza è che dolore e sofferenza non fanno sconti a nessuno.

“Una volta, a quello che era in carcere il padre scrisse una  lettera. Lui però non l’ha mai letta. L’ha data agli altri fratelli e poi mi ha detto: Papà pensa di risolvere i problemi con una lettera?”.

 “Aveva diritto a fare una telefonata a settimana ma non ci chiamava perché s’era urtato che non andavamo, che non contribuivamo con i soldi.  Chiamava la sorella. E’ vero che in carcere siamo andati a trovarlo poco ma con la pandemia da Campagnano era impossibile. Ci andava la sorella.  Sono molto uniti”.

Concetta racconta alcuni episodi emblematici. “Una volta, lo psicologo del carcere ci riunì tutti per un confronto. Mia figlia disse al padre che lo aveva sempre odiato. Mio marito non rispose nulla. Si alzò e se ne andò. C’era rimasto malissimo”.

E anche con i gruppi organizzati dalla comunità di recupero le cose non vanno meglio. “Non siamo riusciti a capirci neanche con gli operatori”.

Come spesso accade, molti litigi riguardano i soldi.

 “Siamo stati tre anni con una pensione sola ma non si sono mai sognati di darci qualcosa. Sanno che vado ancora a fare le ore ma non gli interessa”.

“Quando mio marito è morto tutti dicevano: ti aiutiamo mamma. Ma è durato poco. Poco tempo fa si è rotto il motore del pozzo. Ero senz’acqua e la figlia che mi è rimasta più vicino (la penultima) e suo marito hanno anticipato i soldi. Poi però per avere il contributo di tutti si sono scatenate discussioni senza fine. Una guerra. E’ questo che fa male”.

E il futuro?  “Lo vedo brutto. Non ho tante speranze. Se riesco a trovare qualche lavoro, allora qualche prospettiva ce l’ho altrimenti è un disastro”.

 “Ho chiesto anche all’assistente sociale se può aiutarmi a trovare qualche lavoretto. Anche per mio figlio che è uscito da poco dalla comunità di recupero. Ha fatto il barista per tanti anni ma va bene tutto quello che gli capita”.

 “Avrebbe dovuto rimanere in comunità a lavorare ma dopo la morte di mio marito ha deciso di venire qui, per farmi un po’ di compagnia. Quanto meno adesso non sono sola”.

“A volte, però, la sera, mi metto a piangere. Ma non  mi faccio vedere”.

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