La storia di Giovanni

Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude: se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche Dio ci ha fatto per fiorire. Ricordo quel dialogo, quando la quercia ha chiesto al mandorlo: “Parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì. (Papa Francesco)

La carrozzella su cui sta seduto sembra non contenerlo. Le spalle larghe, le braccia muscolose, abituate alla fatica, straripano. E’ chiaro che se stesse in piedi sarebbe un omone. Ma Giovanni in piedi ci sta a fatica, e solo con l’aiuto delle stampelle. Perché non ha una gamba, amputata da metà coscia in giù.

Gli manca anche il dito indice della mano destra. Ma quello da più tempo, da quando era ragazzo e lavorava in un cantiere, in Francia, tranciato da una sega circolare. Ed è un’altra storia.

 Giovanni, di origini siciliane, è nato a Roma nel 1954. “Mia madre è morta quando avevo 5 anni. Si è impiccata. In quel momento è cominciata la mia sfortuna”.

Una tragedia che, inevitabilmente, gli segna la vita. I rapporti con il padre sono pessimi. “Mia madre si è ammazzata perché mio padre le metteva le corna, pure con la sorella, e poi aveva la faccia di accusare lei di tradirlo: è arrivato a dire che mio fratello non era figlio suo”.

Un dolore enorme ma anche tanta rabbia. “Si è uccisa il giorno del compleanno mio. Perché? Me lo sono sempre chiesto. Mi sono convinto che era colpa mia. Quando sei ragazzo è così, non capisci e ti dai la colpa”.

“Pochi giorni dopo mio padre se n’è andato e ci ha lasciato agli zii. Eravamo in tre: mio fratello, mia sorella ed io”.

Gli zii non possono tenerli e li mandano in collegio. “Ma non tutti insieme”.

I tre fratelli vanno in istituti diversi. La sorella in un istituto femminile, il fratello più piccolo in un istituto per bambini con difficoltà e Giovanni in un altro ancora.

“In undici anni di collegio mio padre mi è venuto a trovare due volte. La seconda, quando si è presentato, nemmeno lo riconoscevo. E’ stato mio zio a dirmi che era mio padre. Avevo sedici anni”.

“Mi ha proposto di andare con lui in Francia. Io gli ho detto che stavo facendo un corso da elettrauto e volevo finirlo, ma lui ha insistito e mi ha convinto dicendo che avrei potuto lavorare in un’azienda di un suo amico”.

Giovanni accetta e lascia l’istituto. “Il più grande errore della mia vita. Uno sbaglio che mi rimprovero ancora oggi. Ma allora ero stupido ed ero contento perché pensavo di aver ritrovato una famiglia. Mi sono fidato”.

La situazione, in Francia, è diversa da quella che Giovanni si era immaginato. Non c’era nessun lavoro da elettrauto e il padre lo manda a fare il manovale in cantiere. “Aveva una nuova moglie che beveva e soprattutto lui continuava a farsi gli affari suoi: era un puttaniere. Mi aveva fatto andare su solo perché gli servivo: io lavoravo e lui prendeva la paga. Mi lasciava cinque franchi”.

 Dopo qualche mese Giovanni, mentre lavora con la sega circolare (“senza protezione”), si taglia un dito.  E’ un taglio profondo, ma non totale. Con il dito ancora attaccato a un brandello di pelle va al pronto soccorso. “Però mi hanno fatto aspettare troppo e alla fine  me l’hanno reciso del tutto”.

Torna in cantiere. “Senza un dito, mi mettono a  pala e piccone”. Non ne può più. “Mi sono trovato un altro lavoro, sempre in Francia e me ne sono andato. Avevo 17 anni e mezzo”.

Giovanni fa un po’ di tutto, magazziniere, consegna mobili, operaio in cantiere. Conosce anche la compagna italo-francese con cui costruisce la sua  famiglia attuale. Lei ha già due figli (“con cui ho sempre avuto un buon rapporto”) e, insieme ne hanno altri due.

Con il padre, invece, i rapporti peggiorano. “Gli ho fatto il trasloco da Parigi a Marsiglia e non mi ha neanche detto grazie. Una volta l’avevo invitato per Natale, avevo preparato tutto, avevo fatto la spesa, cucinato, ma non è venuto nessuno”.

Nel ‘77 torna in Italia e anche qui fa diversi lavori fino a quando gli offrono un posto in un casale vicino Roma, con il compito di accudire le vacche e le pecore, e una sistemazione “in uno scantinato della villa padronale”.

“Facevo il vaccaro, mi occupavo delle bestie, della mungitura, della fecondazione, insomma un po’ di tutto. Cominciavo alle tre del mattino. E se le bestie stavano male, prima. Ma poi, dopo diversi anni, nel ‘97 mi ha licenziato per una stupidaggine”.

Quindi un altro incidente. “Il giorno di Pasquetta, con la vespa superavo una macchina: mi sono distrutto femore e omero, gamba e braccio destro”.

“Trovare lavoro diventò difficile perché ero zoppo, vecchio e italiano. Ormai preferivano prendere gli stranieri, anche se non sapevano lavorare”.

Giovanni fa un  po’ il  giardiniere, quindi entra in una cooperativa che poi chiude.

Il padre muore nel 1989, “cinque giorni prima di andare in pensione. Ha avuto un infarto, ma io l’ho saputo due mesi dopo”.

“Nel 2013 comincio a non sentire più il piede. Il dottore mi dice che non è nulla e mi fa prendere degli antidolorifici. Dopo qualche settimana le dita diventano nere. C’era un problema di circolazione e non se ne era accorto. Così è cominciata la cancrena. Se l’avesse diagnosticata prima oggi camminerei con le mie gambe”.

Giovanni viene ricoverato e operato per tre volte. Gli tagliano tutta la gamba, da sopra al ginocchio. Ora ha una protesi.

“Io muoio così, pezzo a pezzo”, ironizza amaro.

I guai non sono finiti. Il figlio di 43 anni ha un’ischemia, dopodiché gli dicono che ha il morbo di Parkinson.

“Fa qualche lavoretto, giardiniere, verniciatore, aggiusta qualcosa, ma peggiora continuamente, soprattutto il tremito”.

L’altra figlia invece vive con il suo compagno “che ha trovato un lavoro stabile”.

Giovanni viene alla Caritas da tre anni. “Per avere aiuto, pacco alimentare, vestiti, qualche giocattolo per i nipoti. Ho trovato molta umanità, un ambiente accogliente, gente che ti aiuta davvero. Magari, a chi sta bene, un po’ di spesa e qualche vestito non sembra granché, ma  per noi è importante. Abbiamo passato periodi bui:  solo con la mia pensione di invalidità non saremmo andati lontano”.

“Per mio padre, per la mia famiglia d’origine, io sono sempre stato la pecora nera. Quello stronzo, quello cattivo, perché avevo tagliato i ponti. Ma la verità è che certe cose rimangono dentro e non si perdonano. Ti sembra  che sono passate e ci hai fatto il callo. Un po’ ci speri. Però non è così”.

“Oggi almeno la mia famiglia ce l’ho vicina e siamo uniti. Forse, nella vita, ho preso tutto alla leggera. Magari troppo. Non lo so”.

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